La peste in Abruzzo 1656-1658

Fin dall’estate (1657) l’Abruzzo Citra era completamente contagiato. Agli inizi di agosto – e in alcuni luoghi già a luglio, ad esempio a Castelnuovo (Del Vecchio 1976-1978, 92-93) e a Popoli (Del Vecchio 1976-1978, 103-104) – la peste si era propagata nella zona meridionale della provincia, in località al confine con il Contado di Molise: ad Agnone, a Forlì del Sannio e, nell’area di Castel di Sangro, ad Alfedena e a Roccaraso (ASN-1, fascio 206, fasc. 203; 11 agosto 1656). Nello stesso periodo, poi, il male si era diffuso anche nella parte centrale del territorio provinciale (a Lettopalena, a Lama dei Peligni e a Civitella Messer Raimondo: cfr.Fusco 2007, 71), né aveva risparmiato alcuni centri più a settentrione. Sempre ad agosto anche Chieti era contagiata (Corradi 1865-1894,209); contemporaneamente anche L’Aquila, importante località nel cuore dell’Abruzzo Ultra, veniva colpita (ASN-1, fascio 213, fasc. 65, 25 maggio 1657; ASN-5, vol. 515, ff. 61v-63v, 20 novembre 1657).

In Abruzzo Ultra, sul finire del 1657, le condizioni di Penne, nell’area del Pescarese, restavano davvero critiche: ancora nel periodo natalizio, infatti, vi era morta una persona di contagio, tant’è che la «spurga» venne avviata solo il 25 gennaio dell’anno seguente (ASN-1, fascio 220, fasc. 35). E, ai primi di febbraio, il preside provinciale fissava l’inizio di una quarantena generale. Contemporaneamente, le operazioni di «spurga» iniziavano anche nell’altro centro in provincia ancora infetto, Loreto Aprutino (ASN-7, fascio 295, fasc. non numerato, f. 319r; 8 febbraio 1658), ubicato nei pressi di Penne. Qui, infatti, il morbo, apparso il 24 settembre del 1657, vi rimase sino al 1° gennaio dell’anno successivo (ASN-1, fascio 225, fasc. non numerato), tanto che il 22 febbraio del 1658 Rosello fu l’unico centro della provincia a essere escluso dalla libertà di commercio concessa dal viceré a tutte le località abruzzesi (ASN-1, fascio 221, fasc. 10; 22 febbraio 1658). Rosello riottenne una piena libertà di movimento solo verso la fine di giugno (ASN-1, fascio 225, fasc. non numerato).


Fra Salvatore da Villamagna


Nel 1656, una grave epidemia di peste bubbonica invase tutto il meridione d’Italia. Numerose cittadine ebbero la popolazione dimezzata. il 4 Agosto 1656 la peste entrò ufficialmente a Chieti, portata da una donna di Giuliano Teatino, il che fa dedurre che tutto il circondario teatino , fosse già terribilmente contagiato.


* Numero di Abitanti rilevato dai “Commissari” – ** Numero di Abitanti calcolato moltiplicando il numero dei Fuochi per il coefficiente 5.

Dai dati di questi paesi del chietino, balza subito ai nostri occhi la differenza dei fuochi fra gli anni 1596 e 1670. Calo demografico causato dalla terribile peste del 1656, che decimò le popolazioni del regno di Napoli.

Dal punto di vista storico, le rilevazioni dei fuochi, permettono di stimare la popolazione di un determinato paese o villaggio con buona approssimazione, considerando infatti, che un fuoco contava dai 4 ai 6 componenti, definiti anime.

In terra abruzzese, la situazione si risolse più lentamente che altrove. L’Abruzzo Ultra ritornò alla normalità intorno al mese di febbraio del 1658, mentre più difficile si presentò la situazione dell’altro Abruzzo. L’Abruzzo Citra, infatti, per quanto libero dal male già a metà novembre del 1657 (ASN-1, fascio 225, fasc. non numerato), dové fare i conti con l’epidemia nuovamente scoppiata a Rosello, centro al confine con il Contado di Molise.

L’Abruzzo Citra, del resto, era ubicato in prossimità delle province ‘centrali’ del Regno, quelle che, più vicine alla capitale, erano maggiormente soggette ai movimenti di individui infetti da un territorio a un altro e, quindi, in maggior misura esposte a un male che tardava ad abbandonare il Mezzogiorno.

La peste di metà Seicento soggiornò a lungo nel Mezzogiorno. Nel periodo di permanenza all’interno del Regno, il morbo si diffuse in numerose località, arrecando perdite demografiche ingenti alle popolazioni colpite. Oltre alla capitale, la peste attaccò quasi la metà dei centri meridionali, con picchi di circa il 90% dei centri nei due Principati, di poco più del 60% in Terra di Lavoro, di quasi il 50% in Contado di Molise e in Capitanata, del 34-35% in Basilicata e in Abruzzo Citra, del 30% nell’altro Abruzzo, di circa il 27% in Terra di Bari e del 16% in Calabria Citra (Fusco 2007, 107-109).

All’interno dei singoli centri la mortalità fu assai elevata, con tassi più o meno alti a seconda delle località. In generale, volendo provare a fornire delle cifre complessive sulle vittime del contagio, le morti si sarebbero aggirate da un minimo di 400.000 a un massimo di 900.000 in tutto il Regno (senza considerare la capitale!).

Stime più prudenti sono state avanzate da Karl Julius Beloch (1994, 118 e 149), secondo il quale i decessi nel Mezzogiorno difficilmente superarono la cifra di 250.000 individui: in tutto 400.000, se consideriamo anche la capitale. Come spiega Beloch, dati superiori a quelli da lui considerati attendibili risulterebbero probabilmente da un calcolo sul numero dei fuochi del Regno; fuochi (o «famiglie fiscali») indicati in quelle rilevazioni di carattere fiscale, riguardanti l’intero territorio meridionale, definite appunto «numerazioni». Infatti, nella numerazione del 1669 si registra la perdita di 100.000 fuochi rispetto a quella immediatamente precedente del 1648. Secondo Beloch (1994, 148), di questi fuochi mancanti solo 40.000 sarebbero attribuibili alla peste del 1656.

In realtà, per una ricostruzione complessiva della realtà demografica del Mezzogiorno di metà Seicento, sembra opportuno valorizzare e utilizzare tali dati fiscali, gli unici al momento in grado di fornirci un quadro completo del Regno. Volendo quindi considerare le due numerazioni indicate, dal 1648 al 1669 il Mezzogiorno avrebbe perso 100.000 e più fuochi, essendo passato dai 500.203 fuochi del 1648 ai 394.721 del 1669, con una diminuzione del 21%. Se poi provassimo a confrontare la numerazione del 1648 non con quella del 1669, ma con la più vicina rilevazione fiscale del 1660, constateremmo una perdita di fuochi (e quindi della popolazione meridionale) nell’ordine del 17,4%.

In effetti, andando più a fondo su tale rilevazione fiscale del 1660, definita dalle fonti dell’epoca «rimedio» o «espediente provisionale», apprendiamo che, per sua stessa definizione, questa rilevazione non era volta a fornire l’esatta perdita della popolazione meridionale. Essa infatti consisteva in una sorta di compromesso tra le esigenze delle università, che chiedevano di essere alleggerite dai pesi fiscali, divenuti insostenibili dopo la mortalità seguita alla peste, e le necessità finanziarie del governo, che non era certo in grado di rinunciare ai propri introiti, specie a seguito della situazione di emergenza determinata dall’epidemia. In particolare, tale rilevazione era stata compilata dal potere centrale operando un semplice calcolo: al numero dei fuochi dichiarati (e quindi ‘confessati’) dalle autorità dei singoli centri (fuochi che risultavano da alcune numerazioni avviate dai centri stessi prima che scoppiasse l’epidemia) veniva aggregata la metà dei fuochi mancanti rispetto alla precedente numerazione del 1648. Da qui la perdita del 17,4%.

Il governo meridionale, dal canto suo, ufficializzando il «rimedio» del 1660 attraverso un decreto regio, di fatto da un lato riconosceva «esservi (letteralmente) considerabil mancamento de fuochi effettivi» in molti centri, ma dall’altro confessava la propria incapacità di accertare con precisione tale «mancamento» in tempi brevi.

Volendo considerare valide le nuove stime qui offerte, la popolazione meridionale sarebbe passata da 2.901.000 individui del 1648 (vale a dire 2.501.015 del Regno più 400.000 della capitale) a 1.645.619 individui del 1660 (cioè 1.445.619 del Regno più 200.000 della capitale).

17 La prima cifra indicata (4.000) si ricava da Corradi 1865-1894, 209. Corradi ricorda un brano della Miscellanea di Girolamo Nicolini, dove si ipotizza la cifra di 4.000 e più persone morte nell’arco di quattro mesi, a partire dal 4 agosto del 1656, data di inizio del male in città. In cambio, la seconda cifra indicata tra parentesi (4.945) si ricava dalle informazioni fornite da due memoriali dell’epoca, in cui si attribuisce alla peste la causa della morte di metà della popolazione locale (ASN-2, fascio 37, fasc. 20 e fasc. 37). Pertanto, dividendo gli abitanti nel 1648 (9.890) per due, arriviamo alla cifra di 4.945 morti.

18 La cifra di 2.500 morti è ricordata, pur se non condivisa, da Del Vecchio 1976-1978, 95, nota 33. In cambio, la cifra di 2.833 morti (tra parentesi) è stata ricavata grazie alle indicazioni rinvenute in un documento dell’epoca, in cui si legge che la peste avrebbe causato la morte di due terzi degli abitanti del centro (ASN-2, fascio 37, fasc. 31), cioè dei 2.833 individui indicati (2/3 dei 4.250 abitanti nel 1648).

19 La cifra di 7.500 abitanti nel 1648 è stata calcolata moltiplicando il numero dei fuochi del 1648 per 5. Invece, la cifra tra parentesi di 5.000 abitanti è tratta da Del Vecchio (1976-1978, 120), il quale a suo volta richiama il pensiero di autori più antichi.

20 Del Vecchio 1976-1978, 120

 

LDM


“La peste del 1656-58 nel Regno di Napoli: diffusione e mortalità*”
(IDAMARIA FUSCO Istituto di studi sulle società del Mediterraneo, Napoli);

 “II controllo fiscale sul territorio nel Mezzogiorno spagnolo e il caso delle Province abruzzesi” ( p. 19, G. Sabatini, Napoli, Istituto per gli Studi Filosofici, 1997);

 “La peste del 1656-1657 in Abruzzo” (L. Del Vecchio);

Quadro storico, geografico, statistico in “Bollettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, Ann. 1976-78, p. 91, L’Aquila 1979.”

 

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