Atessa e la costola del drago.

Il lembo di terra era attraversato da due fiumi: l’Osente e il Pianello (oggi noti come l’Osento e il Sangro), che intorno al 400 d.C., davano vita ad una valle piena di acquitrini, che a loro volta generavano una insana palude. Nel mezzo di questa vi erano due distinti paesi, Ate e Tixa.  La palude impediva agli abitanti dei due paesi di potersi incontrare e relazionarsi, ma non solo: la leggenda vuole che quel luogo fosse abitato  da un potentissimo e pericolosissimo drago, che in quell’ambiente, aveva il suo habitat ideale.

La bestia, si nascondeva in una grotta (si dice che questa attraversasse tutto l’Abruzzo), situata proprio al centro della palude. In principio si nutriva principalmente di pecore, capre e altri animali, fino a quando, improvvisamente iniziò a divorare un umano al giorno.  Questa novità creò fra gli abitanti del posto il terrore.

La leggenda popolare vuole che a liberare gli abitanti dalla temutissima bestia, fu Leucio d’Alessandria d’Egitto, divenuto in seguito primo Vescovo d’Egitto, oggi Santo venerato sia dalla religione cristiana che da quella ortodossa.

Nella versione di Giovanni Pansa (storico abruzzese), la leggenda, specifica che il dragone dormiva nel fosso paludoso del Rio Falco, che scorre sotto Piazza Benedetti di Atessa (CH).

San Leucio che si trovava in pellegrinaggio da quelle parti, andò direttamente nella tana del drago e con l’aiuto di Dio, secondo altri di San Michele che gli donò la spada, lo nutrì per tre giorni con carni, aspettò che fosse molto sazio e lo incatenò. Dopo sette giorni, sopra un’altura del Rio Falco, ossia il colle del duomo, lo uccise. Delle spoglie del mostro conservò il sangue (che utilizzò per scopi terapeutici) e una costola che consegnò agli abitanti, al fine di conservare la memoria di questa storia.

Con la morte del drago, i due paesi si potettero finalmente unire e nacque Atixa, l’attuale Atessa. La cosa sorprendente è che la costola del drago è ancora gelosamente custodita in paese, più precisamente nel duomo dedicato proprio a S. Leucio, che oggi è anche il santo patrono del paese.

La cattedrale fu costruita così come la vediamo oggi attorno al 1.300 d.C, sulla base di una prima chiesa costruita sempre in onore del Santo, intorno all’900 d.C. (infatti in alcuni documenti del monastero di Santo Stefano in Lucana (Tornareccio), è citata già dall’859 d.C).  Si racconta che il duomo sorge proprio nel luogo dove un tempo vi era la pericolosissima tana del drago.

In origine la costola, fu appesa sopra la volta centrale, e poi conservata in una nicchia di fianco l’entrata principale, insieme all’ostensorio pregiato in argento lavorato di Nicola da Guardiagrele, e al busto reliquiario di San Leucio.

Le leggende, si sa, devono sempre scontrarsi con la scienza e la storia. Storici e studiosi hanno provato a dare un senso a questa storia, partendo proprio dalla reliquia: la costola del drago. Si tratta di fatti di una costola, grande circa due metri, che però potrebbe avere origini decisamente meno mitologiche. C’è chi sostiene che si potrebbe trattare di una costola di elefante, portata in quei luoghi dalla spedizione di Pirro in Italia per la battaglia contro Benevento, oppure da Annibale per le battaglie contro Scipione l’africano; ma le dimensioni delle costole di elefante sono decisamente più piccole.

Va detto che nell’attuale valle del Sangro sono state ritrovate numerose testimonianze che lasciano pensare che un tempo remoto, lì vi fosse il mare, è quindi facile, intuire che la costola non sarebbe altro che il resto di un Misticeto, un cetaceo dell’era cenozoica.

Ma che sia di un drago, di un elefante o di un cetaceo, la costola, lunga ben due metri, è custodita nella sagrestia del duomo all’interno di una teca in vetro, circondata da un’inferriata e da un grande alone di mistero.

E’ tuttavia recente la scoperta, proprio in Abruzzo, di alcune orme appartenenti al dinosauro più grande d’Italia. I risultati di questo ritrovamento sono stati pubblicati sulla rivista Cretaceous Research (Elsevier).

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0195667116302907

“Le tracce”, afferma Fabio Speranza ricercatore INGV, “sono osservabili su una superficie calcarea, quasi verticale, situata a oltre 1900 m di quota sul Monte Cagno. La superficie a orme è raggiungibile (in assenza di neve, quindi essenzialmente nei mesi estivi e autunnali) dopo una escursione di circa due ore, partendo dal paese di Rocca di Cambio in Provincia de L’Aquila. Tra queste è stata rinvenuta anche una traccia di ben 135 cm di lunghezza che costituisce la testimonianza del più grande dinosauro bipede che sia mai stato documentato in Italia fino a oggi”. 

Chissà se alla luce di questa nuova scoperta la costola potrebbe essere attribuita ad un dinosauro….

ldm

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